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  Ciao...sono Bruno Pellegrini.
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su Renzo e il mondo dei motori
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Ricordo Vivo di un Campione (Una forza della natura)

Questa non è la biografia nè la commemorazione di un campione caduto, ma il ricordo vivo, allegro come a lui sarebbe piaciuto, di un amico divertente e spiritoso, troppo impulsivo e generoso per accumulare e conservare punti per un titolo mondiale; una forza della natura, tutto impeto e istinto, che il pubblico amava moltissimo: Renzo Pasolini. Mi tolgo subito l'angoscia di ricordare quel 20 maggio 1973 in cui, al curvone di Monza, nella tremenda caduta in piena velocità che coinvolse otto corridori, persero la vita lui e Jarno Saarinen, perchè non è il Pasolini di quel maledetto giorno che voglio ricordare, ma il Renzo, il "Paso", quello che ti faceva ridere con le sue battutine intelligenti e spiritose e guidava la moto come se inventasse ogni volta nuovi stratagemmi per tenerla in equilibrio.

Occhiali da vista, statura media, fisico robusto, quel sorrisetto indecifrabile che non capivi mai se era di cortesia o per prenderti per i fondelli, il Paso aveva una comunicabilità tutta sua, fatta di slanci, di frasi brevi e spesso bonariamente taglienti, di risatine contenute, intercalate a momenti assorti, di isolamento, che capivi di non dover violare. Un suo atteggiamento tipico di questi momenti "privati" era quello di appollaiarsi sulla sua moto ferma ai box o al paddock fra un turno di prove e l'altro, fumarsi una sigaretta, lo sguardo e la mente sperduti chissà dove.

Ogni volta che lo ricordo mi si ripresenta proprio così, nell'ambiente umido e freddo di una imprecisata gara all'estero, seduto di sghimbescio sulla sua Aermacchi dei primi tempi, con il montgomery indossato sulla tuta di pelle. E nessuno che lo avvicinava in quei minuti di "nirvana", neanche per chiedergli che rapporti avesse deciso di montare.

Come guidava il Pasoé Come un crossista estremamente veloce. La sua prima passione era infatti stato il motocross e la sua tecnica di guida assimilata istintivamente a quei tempi non l'aveva mai del tutto cancellata, neanche sull'asfalto dei circuiti di velocità e con le moto da Gran Premio. Ogni curva era una avventura nuova, un confronto a tre fra lui, la moto, la strada: entrava fortissimo mezzo imbarcato in staccata, impostava quasi per miracolo al punto giusto ma doveva "rifarsi" la posizione in sella, spostando il sedere di qua e di là, buttando fuori il ginocchio, pelando in continuazione il gas per correggere una accelerazione che era strettamente dipendente al derapare della ruota posteriore. Vederlo interpretare le curve in maniera così esasperata mandava in visibilio il pubblico, ma causava una specie di malessere in chi era un pò più del mestiere perchè capiva quanta parte di sè Renzo spendesse in questo gioco d'equilibrio sulla fossa dei leoni e quanto aleatorio fosse il suo margine di sicurezza.

Se Pasolini è ricordato e amato proprio per la sua sfegatata generosità in gara, deve però ad essa anche quelle battute a vuoto che gli impedirono di assicurarsi traguardi ben più concreti della ammirazione delle folle. Per tutti valga l'esempio del titolo mondiale 1969 andato a Kel Carruthers con la Benelli 250 quattro cilindri, dopo che l'australiano aveva rimpiazzato Pasolini che, incurante del punteggio, alternava sudatissime vittorie a tremendi voli che lo buttavano in ospedale per qualche tempo. Quello splendido campionato 1969, risoltosi senza esclusione di colpi tra la Benelli, la Ossa e la Yamaha solo all'ultimissima drammatica gara ad Abbazia, avrebbe potuto laureare mondiale il nostro pilota se questi, pur vincendo ad Assen, al Sachsenring e in Cecoslovacchia, non si fosse giocato la prima parte cadendo a Hockenheim e l'ultima a Imatra.

Sembrava suo destino regalare a piloti che guidavano le sue stesse moto quei titoli che sul piano teorico non avrebbero dovuto sfuggirli. Dopo il caso Carruthers, passato (anzi rientrato) all'Aermacchi che nel frattempo è divenuta Harley-Davidson, toccherà infatti a Walter Villa raccogliere dal '74 al '76 quei titoli mondiali con le macchine che Pasolini aveva abbozzato e portato alle prime affermazioni già nel 1972 vincendo tre gare del mondiale 250.

Ma il pubblico italiano ricorda Pasolini principalmente per le arroventate sfide fra lui con la Benelli e Agostini con la MV Agusta tre cilindri, nelle classi 350 e 500, particolarmente nelle gare della Riviera Adriatica allora tanto seguite. Una vera a propria guerra durata dal 1966 al 1970 (con la Benelli) e poi fino al '73 (con la Aermacchi Harley Davidson). L'annata più favorevole a Pasolini-Benelli fu il 1969 con ben cinque vittorie nella classe 350, contro una sola affermazione, quattro secondi posti e due ritiri di Agostini-MV. L'antagonismo fra i due grandi del motociclismo italiano di quel periodo fu talmente acceso che, caso ben raro allora, se ne interessò anche la televisione con interviste ai due che risultarono anche divertenti per il senso dell'umorismo di Pasolini.

A furor di popolo si tentò di organizzare un confronto che risolvesse una volta per tutte le discussioni invertendo le armi dei due gladiatori: Pasolini con la MV Agusta e Agostini con la Benelli. Ci volle del bello e del buono per sedare i facinorosi che insistevano per questa specie di prova del nove e fu solo grazie al veto della FMI, la Federazione Italiana, che tale assurda (ma certamente esaltante) sfida da bar non venne mai realizzata.

Nel corso della sua lunga contesa con Agostini, Pasolini collezionò dieci vittorie con la Benelli 350 e due vittorie con la Aermacchi-HD 350. Da non trascurare che Agostini non fu il principale avversario di Pasolini, il quale mise dietro uomini del calibro di Saarinen, Read, Sheene, Carruthers, Herrero e gli riuscì anche di piazzarsi secondo in una gara mondiale con l'Aermacchi 350 aste e bilancieri. Fu secondo nel mondiale 250 del 1972 con l'Aermacchi-HD, dopo Saarinen; secondo nel 1968 con la Benelli 350 dopo Agostini, e terzo nella stessa classe nel 1970 e '72. Vinse sei gran premi nella 250 e sei italiani tra 250 e 350.

Corse anche negli Stati Uniti nella squadra ufficiale della Harley-Davidson "vera", con la 750 bicilindrica che porterà al terzo posto nel '72 all'Ontario (primo delle Harley-Davidson), mentre non avrà fortuna a Daytona nel '73.

Vogliamo chiudere questo ricordo del Paso con un aneddoto che racconta Gilberto Milani. Si era al circuito di St. Wendel, in Germania, nel 1965; il parco conduttori era una palude, causa la pioggia incessante, ma Pasolini e Mascheroni decidono ugualmente di attraversarlo a piedi per rifornirsi di qualcosa da mangiare. Mentre sguazzano nel fango, Mascheroni nota le belle scarpe che calza Pasolini e gli dice: "Ma dovevi proprio mettere delle scarpe nuove per sciuparle qui in mezzo...é" e il Paso gli risponde, serafico come sempre: "Ben per questo mi sono messo le tue scarpe...".

Roberto Patrignani
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